Per un mondo senza pandemie, una nuova relazione con il pianeta

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Foto di Sebastião Salgado

Con questo testo  il Comitato Amig@s MST Italia  vuole dare un proprio apporto alle numerose riflessioni che sono emerse e stanno emergendo in questo periodo sulle cause della pandemia da Covid-19 e sulle prospettive future a livello globale.
Il nostro impegno, ormai ventennale, è nato dall’incontro con il Movimento Senza Terra del Brasile, dalla conoscenza delle lotte, delle riflessioni e delle analisi da loro prodotte.

Il nostro vuole essere un contributo alla comprensione dell’attuale crisi mondiale, una crisi sistemica e irreversibile, che il coronavirus ha solo evidenziato e di cui è necessario conoscere le cause per individuare soluzioni efficaci che richiedono cambiamenti radicali a livello mondiale. Perché non sarà un vaccino a fermare questo virus agilissimo e mutevole, o i prossimi, che di certo ci troveremo ad affrontare, se non smetteremo di deforestare e di concentrare animali in allevamenti ed esseri umani in megalopoli.

Visti i nostri ambiti di interesse abbiamo pensato di concentrare l’attenzione su due paesi: il Brasile e l’Italia (come parte dell’UE).

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Conclusioni
È uno degli slogan più ripetuti dai movimenti popolari, da quando il Covid-19 ha messo in ginocchio l’intero pianeta: “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”.
Quella “normalità” fatta di disuguaglianze, di sfruttamento, di guerra tra umani e di guerra agli ecosistemi noi non la vogliamo più.
«Qui non si tratta di rimettere in moto l’auto, ma di farla poi circolare su nuove strade», ha scritto sul sito di Altreconomia Paolo Pileri, docente di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, evidenziando la necessità di «impostare un futuro nel quale alcune economie terminano il loro corso e altre, davvero sostenibili e civili, si sviluppano prendendo il loro posto» e invitando ad «avere in cima ai pensieri l’ambiente e l’uguaglianza sociale».
Come infatti hanno segnalato innumerevoli studi, il Covid-19, come altri virus che l’hanno preceduto, è strettamente connesso a quella rottura ecologica operata dal modello capitalista a ritmi sempre più accelerati. E in particolare ai tre fenomeni descritti dalla ricercatrice del gruppo ETC Silvia Ribeiro: il sistema degli allevamenti intensivi, con conseguente inquinamento di acqua, suolo e aria (per non parlare del trattamento feroce riservato agli animali); l’aumento delle monocolture per la produzione di mangimi, con un alto impiego di pesticidi; la crescita urbana incontrollata con il suo modello alimentare dettato dalle transnazionali.
Se infatti la concentrazione di animali in sistemi chiusi offre le condizioni più favorevoli per la moltiplicazione di microrganismi patogeni, il modello alimentare dominante ha accentuato la vulnerabilità alle malattie di piante, animali ed esseri umani.
Cosa fare allora se non vogliamo tornare alla “normalità” precedente alla pandemia?
Come Comitato Amig@s MST Italia, indichiamo la necessità – ampiamente illustrata in questo documento – di percorrere in maniera prioritaria tali cammini di trasformazione:
• La realizzazione di un’autentica Riforma Agraria e Ecologica Mondiale, il superamento del modello attualmente dominante di urbanizzazione selvaggia e in forte crescita, in direzione di un massiccio ritorno alla terra a livello globale (con il necessario corollario, soprattutto rispetto al caso italiano, di un deciso alt alla cementificazione e del raggiungimento del consumo di suolo zero).
Una ridistribuzione planetaria delle terre ai piccoli agricoltori, insieme a politiche orientate a recuperare la fertilità del suolo e a sostenere i mercati locali, sarebbero infatti in grado di ridurre della metà le emissioni di gas serra nel giro di pochi decenni.
• Il passaggio dall’agribusiness alla sovranità alimentare, da un sistema industriale
globalizzato degli alimenti – governato dalle imprese e caratterizzato da un ampio ricorso a sostanze petrolchimiche di sintesi e da lunghe catene di trasformazione e di globalizzazione degli scambi – a sistemi alimentari locali nelle mani dei piccoli agricoltori. Un passaggio obbligato, considerando che quel modello di agricoltura industriale – organizzato sotto forma di monocolture sempre più estese e caratterizzato dall’uso massiccio di veleni agricoli (e di OGM) – è alla base dell’impoverimento del suolo, della deforestazione di estese aree rurali, della contaminazione dell’acqua e dell’acidificazione degli oceani ed è responsabile dal 44 al 57% delle emissioni di gas a
effetto serra. È contro questo modello che si oppone il programma della sovranità alimentare popolare, basato su una radicale trasformazione in materia di agricoltura e di alimentazione, attraverso la produzione locale per il mercato locale, quella a cosiddetto chilometro zero: una produzione agroecologica di alimenti sani – dunque senza sostanze chimiche e senza OGM – su piccola scala che permetterebbe di rigenerare i suoli, di risparmiare combustibile e di ridurre il riscaldamento globale (da cui l’ormai celebre slogan “I piccoli contadini raffreddano il pianeta”), dando lavoro a milioni di agricoltori. Una sfida che, sul versante del consumo, comporta la rinuncia alla Grande distribuzione organizzata in direzione dell’acquisto di prodotti della gastronomia regionale direttamente dai contadini.
• Il superamento o almeno una significativa riduzione della produzione e del consumo di cibi di origine animale, tra le principali cause della deforestazione e dell’aumento di emissioni climalteranti. Che, sul versante dei consumatori, significa, come primo passo, evitare, quanto a carni, pesci, latticini e uova, quelli che sono frutto di allevamenti intensivi e/o provengono da altre aree del mondo, soprattutto se già a rischio di disboscamento.
• La tutela incondizionata dei beni comuni: acqua, terra, semi, foreste, biodiversità e clima, la cui difesa è essenziale per la preservazione di ogni ecosistema.

Crediamo, infine, che mettere in atto queste trasformazioni sia complesso ma, allo stesso tempo, estremamente urgente.
Questo documento, pertanto, non presenta delle proposte già confezionate per il prossimo futuro, vuole essere però un contributo per un’elaborazione comune di pratiche e politiche che devono necessariamente essere costruire collettivamente, attraverso il dialogo con tutti i gruppi, i movimenti e le persone impegnate nelle lotte per la giustizia ambientale e sociale e nella costruzione di un futuro comune possibile.

[Hanno collaborato: Chiara De Poli, Claudia Fanti, Marco Gulisano, Antonio Lupo, Benedetta Malavolti, Roberto Masciadri, Giovanni Pandolfini, Pio Positano]

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