Comunità intraprendenti

feltre001Sabato 23 novembre a Feltre (BL), i partecipanti ad A-Change, incontro – confronto di buone pratiche dal basso, hanno potuto ascoltare una lectio magistralis del prof. Carlo Borzaga dal titolo “alla scoperta della comunità – il ruolo della cooperazione”. Un intervento molto utile anche per chi non fosse direttamente impegnato nelle diverse forme di cooperativa, perché ha analizzato l’insieme delle problematiche  che ruotano attorno al grande tema dei beni comuni, della cittadinanza attiva e del rapporto tra sistema pubblico e terzo settore.

Alcuni spunti della lezione meritano di essere (un po’ liberamente – n.d.r.) ripresi e sviluppati.

Cos’è un bene comune? In parole semplici, è un bene di cui tutti possono usufruire, indipendentemente dal pagamento di una tariffa. L’esempio più semplice e più conosciuto è l’acqua.

Se da un lato è evidente che un bene comune non può essere gestito con logiche di mercato, si fa sempre più strada l’idea che siano possibili, ed in molti casi preferibili, gestioni non semplicemente affidate al sistema pubblico (Stato, Enti Locali)

L’economista indiano Raghuram Govind Rajan ha dedicato molti studi a questo tema, arrivando alla conclusione che sia necessario costruire un terzo pilastro, alternativo allo stato e al mercato e basato sull’autogoverno delle comunità locali. Ricetta non nuova, peraltro, che però trova ostacoli nel progressivo impoverimento della democrazia, in gran parte a causa del pensiero unico liberista, che la considera come un inutile orpello che impedisce il libero dispiegarsi delle logiche di mercato, e di conseguenza agisce sul terreno istituzionale per ridurre gli spazi di partecipazione alla vita pubblica, e sul terreno culturale per costruire cittadini passivi e poco consapevoli, facili prede del populismo politico e mediatico.

Le difficoltà sono dunque reali, ma solo un forte impulso delle azioni di comunità potrà invertire le tendenze distruttive in atto, sia sul terreno ambientale che sul terreno sociale.

Nel nostro paese le buone pratiche molecolari che cercano di fare comunità sono innumerevoli, ma molto spesso non trovano sbocchi istituzionali. Per esempio il municipalismo, che fa parte della migliore tradizione politico – culturale del nostro paese, oggi sembra impraticabile dopo la cura da cavallo – che dura da decenni – fatta di tagli ai bilanci, di falso federalismo, di crescenti disuguaglianze territoriali.

Al contrario, il “libero mercato” ha operato un lungo lavoro di istituzionalizzazione, in continuo aggiornamento. Ne sono protagonisti tutti i paesi cosiddetti avanzati, con diversi gradi di intensità: per esempio, negli Stati Uniti la legislazione favorisce smaccatamente le grandi corporation con costi a carico delle famiglie stimabili in 5.000 Euro all’anno, in Europa blande norme antitrust come la competition law ci mettono in condizioni appena migliori.

Da qualche tempo le buone pratiche cercano di recuperare un terreno istituzionale più favorevole: cresce molto la rete delle città collaborative, anche se a livello locale dobbiamo scontare l’assenza della nostra Como; la cooperazione sociale, nata ormai 30 anni fa continua a coprire una fetta importante di bisogni e servizi;   in numerosi territori si sperimentano le cooperative di comunità e qualche Regione si misura con le prime legislazioni di sostegno.  Nell’insieme però il fenomeno delle comunità intraprendenti è assai più ampio rispetto al (per ora) limitato impatto sui poteri locali.

L’obiettivo è quindi superare questo ostacolo, ben sapendo che ci si muove in un contesto sfavorevole. La storia del movimento cooperativo è illuminante: nato e cresciuto nel contesto omogeneo di una società agricola e pre – industriale, non ha incontrato grandi difficoltà ad interpretare i bisogni delle classi e dei ceti di riferimento. Oggi, lo stesso movimento agisce su problemi diversificati, in contesti territoriale diseguali. Particolarmente significativi i fenomeni di delocalizzazione, con aree di benessere che si sono trasformate in aree depresse; di agglomerazione nei centri urbani – di pianura e costieri – con conseguente spopolamento delle aree interne. In questi due casi viene a mancare la “massa critica” per la sostenibilità dei servizi (pubblici e non solo: spesso scompaiono anche negozi di vicinato e luoghi di aggregazione). Tutto ciò si traduce in aumento delle disuguaglianze e rende le persone molto più permeabili ai messaggi politici che fanno leva sull’odio nei confronti del diverso.

Insomma, per le comunità intraprendenti la strada è lunga, ma non c’è alternativa al percorrerla. Camminare insieme, facendosi carico collettivamente delle soluzioni di problemi condivisi; con pratiche realmente partecipative, nelle quali si stabilisca insieme con quali ruoli, quali modalità e quali risorse ogni soggetto contribuisce; con una distribuzione di oneri e benefici non equivalente ma frutto di un accordo cooperativo, fondato sulla condivisione e non rinchiuso in una logica di mera remunerazione monetaria.

In questa prospettiva, lavoro retribuito e volontariato possono persino convivere, perché l’attività volontaria non si caratterizza tanto per la gratuità quanto per la motivazione intrinseca, che spesso funziona meglio dell’incentivo economico e produce un circolo virtuoso tra risorse, lavoro, comunità e luogo.

I terreni di azione sono i più vari dai servizi pubblici locali ai servizi privati non profittevoli, gli strumenti giuridici in buona parte già ci sono, a partire dagli articoli 19, 55/56 del codice del terzo settore che – pur tra mille difficoltà e boicottaggi – favoriscono i rapporti di collaborazione, co-progettazione e co-programmazione con il sistema pubblico.  Sviluppare queste forme di collaborazione è cosa ben diversa dal perseguire il modello sussidiario tanto in voga in Lombardia fin dai tempi di Formigoni e basato su una forte cessione di sovranità, di risorse e di “potere reale” dal pubblico al privato. Non una fuga dai doveri del sistema pubblico, ma un rafforzamento delle sue  capacità di interpretare e gestire il cambiamento, con la collaborazione di coloro che lo vivono nella realtà quotidiana.

Infatti, le comunità intraprendenti, di fronte alla crescente distanza tra bisogni e risorse, mettono al centro la persona, non certo in logica individualista ma – al contrario – facendo leva sulla disponibilità ad investire (tempo o denaro, o entrambi) nella qualità dei rapporti sociali.

Sono comunità che pur non rinunciando ad un approccio rivendicativo quando è necessario, si misurano anche sul terreno dell’azione diretta. In questo c’è una forte potenzialità di cambiamento, ed anche un tentativo di rivitalizzare il sistema politico sperimentando un modo diverso – concreto ed efficace – di fare democrazia.

[Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

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