Diversità – Video

diversitàGiovedì 20 giugno il centro civico di Albate ha ospitato il convegno “diversità come bene comune” organizzato da Cgil, Cisl,Uil, Acli e Pastorale Sociale del lavoro. Una riflessione molto interessante, purtroppo confinata tra pochi “addetti ai lavori” ma ricca di spunti che meritano di essere ripresi .  Guarda il video

Matteo Mandressi, della segreteria Cgil, nell’introduzione ha richiamato le tappe di un percorso che gli organizzatori hanno avviato fin da gennaio, durante il  Mese della pace, con un gruppo di lavoro che in questi mesi ha prodotto una riflessione interna molto intensa, incentrata sulla tutela dei diritti e sulla convinzione che il lavoro rimanga un potente strumento di riscatto sociale. Anche nei contesti lavorativi, infatti,  il tema della diversità è centrale e rappresenta un bene comune da difendere.

Siamo in presenza di una forte polarizzazione del discorso pubblico, che lascia spazio alle peggiori pulsioni identitarie, ma anche all’attacco a diritti che parevano ormai consolidati come la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, o la protezione umanitaria che viene soppressa dal decreto sicurezza. Due esempi molto chiari di chiusura, che arrivano a minare alla radice  i principi della nostra Costituzione, che all’articolo 3 riconosce i diritti di “ogni persona”.
L’uguaglianza infatti vive e si nutre di diversità. La grande sfida per la comunità non è la ricerca di valori condivisi, che è tipica dei gruppi. Non si tratta di integrare ma di includere. Ciò comporta il mettersi in discussione, il guardare le cose da angolazioni diverse.

Su queste premesse si sono sviluppati gli interventi dei due relatori, caratterizzati da punti di osservazione molto diversi ma spesso convergenti: Cristina Bombelli, di estrazione bocconiana ed esperta di comportamenti organizzativi, e Walter Magnoni, religioso attento agli aspetti etici e sociali.

Bombelli proporrebbe anzitutto di abbandonare il termine diversità e di utilizzare più propriamente “pluralità”, a partire dalla quasi ovvia considerazione che ogni singola identità è per sua natura unica e irripetibile. Al di là degli aspetti lessicali  (che molto spesso diventano un vezzo intellettuale tipico dei convegni n.d.r.) sottolinea però che la diversità crea valore. Valorizzare le diversità costa fatica, è molto più facile relazionarsi con chi ti è più simile ed aggrapparsi ad un unico punto di vista, ma in questo modo ci si impoverisce culturalmente ed economicamente. Nell’organizzazione aziendale ogni barriera creata dalle diversità è un ostacolo al raggiungimento dei risultati. Le aziende con migliori performances sono quelle che praticano la parità di genere, che sanno valorizzare gli apporti di tutte le generazioni, che sviluppano azioni positive nei confronti dei diversamente abili. Per concludere, Bombelli ha sottolineato l’importanza del dialogo, che consente di “gestire” gli stereotipi che spesso inquinano il discorso pubblico, ma altrettanto spesso sono presenti nelle culture organizzative. Farvi ricorso significa cadere nella logica buono/cattivo senza sottoporre a verifica la situazione specifica e senza mettere in discussione se stessi, come singoli e come gruppi.

Magnoni ha sviluppato molti temi, cominciando dal ruolo del web nel favorire i fenomeni di polarizzazione, grazie alla creazione di comunità di simili che cercano e trovano conferma delle loro posizioni e rifiutano il dialogo con i portatori di altri approcci, ricorrendo spesso all’insulto e alla denigrazione Nella vita reale, il richiamo identitario diventa pericolosissimo. Dovremmo invece prendere atto che ognuno di noi è prima di tutto straniero a se stesso. L’esempio scelto è di stretta attualità locale, con riferimento al tragico accoltellamento di un ragazzo a Veniano: secondo Magnoni chi ha compiuto quel gesto inconsulto, con tutta probabilità mai avrebbe immaginato di poterlo fare. Tutti noi ci scopriamo nell’agire, nell’esperienza quotidiana e faticosa  della convivenza. Cerchiamo chi ci appare simile, ma in realtà non sappiamo chi siamo noi.
Per i credenti, è la Bibbia a dare la misura del valore della diversità: si pensi alla grande pluralità presente nella compagine dei 12 apostoli; si pensi a pubblicani prostitute che “ci precedono nel regno”.
Da questo approccio deriva l’attenzione massima al tema delle disuguaglianze ed alle azioni da mettere in campo  per abbatterle. Le buone pratiche non mancano: si citano esempi lontani (Rio de Janeiro, Bogotá) e più vicini l’apicoltura urbana di Copenhagen (ma anche di Como, n.d.r.)  come esempi di attivazione delle comunità in direzione dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità. L’orizzonte è quello della sostenibilità, che deve essere economica ma anche sociale e ambientale.  Per arrivarci servono processi decisionali aperti, allargati, partecipativi. per Magnoni il riferimento è la Laudato si di Papa Francesco, ancor più che il movimento giovanile che si ispira a  Greta Tundberg.

Azzardando un commento, l’opinione è comprensibile per un religioso, anche se – laicamente – non pare interessante fare una classifica su cosa muova di più le coscienze, tra un’autorità morale ed un movimento reale. Quello che conta è prendere consapevolezza della sfida ambientale come “madre di tutte le battaglie”, un orizzonte entro il quale si delinea un mondo più giusto, meno diseguale, aperto alle pluralità.  Si può quindi condividere la critica di Magnoni all’eccessivo pessimismo che spesso ci assale guardando al presente: in realtà viviamo anni di grandi cambiamenti e compete a tutti noi condurli nella giusta direzione.

Da questo punto di vista, il dibattito che è seguito alle due relazioni non è parso particolarmente utile, sia perché condotto tra i soliti “addetti ai lavori”, sia perché connotato dai pessimismi e dai mal di pancia di coloro che – anche giustamente – faticano ad alzare lo sguardo dalla desertificazione sociale che incontrano nel loro agire: il sindacalista che si accorge ogni giorno di non riuscire a rappresentare la frammentazione del mondo del lavoro, e cerca – per ora senza trovarli – “nuovi modelli contrattuali” ne è l’esempio tipico. E non appare stonata l’osservazione di una giovane segretaria di categoria che, nel contatto quotidiano, incontra lavoratori che fuori dall’ufficio si dedicano attivamente al volontariato, ma poi sul luogo di lavoro ripropongono atteggiamenti di chiusura e discriminazione. Nel passato qualcuno le chiamava “contraddizioni in seno al popolo”.

Come se ne esce? Possono bastare l’ascolto e l’esperienza molecolare delle comunità resilienti, o serve anche altro? Certo, serve altro, a cominciare da una politica attenta a questi temi prima che alle compatibilità di bilancio. Ma non solo, serve distinguere tra coloro che vedono nella “sostenibilità” l’ennesima occasione per fare business, e coloro che invece la intendono come un’occasione per mettere in discussione i  paradigmi del sistema capitalista. Servono, insomma,  pensiero critico e radicalità, non solo nei convegni ma anche nella quotidianità. [Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

 

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