Hotel de Ville & Buolevard in Ticosa: spezzeremo le reni alla Francia

il-bidet-della-regina-custodito-alla-reggia-di-caserta-819934I francesi non usano il bidet e chiamano il Municipio “Hotel de Ville”. Noi comaschi siamo più evoluti:  per l’igiene intima, li abbiamo superati da secoli; quanto alla casa comunale, ci stiamo attrezzando con un 5 Stelle Cernezzi in arrivo prossimamente su questi schermi. A ciò si aggiunga la trasformazione di viale Innocenzo XI in un boulevard da fare invidia ai Campi Elisi. La pratica per ospitare un arrivo del Tour 2021, il 14 luglio, verrà avviata nelle prossime settimane.

Non stiamo farneticando. Finalmente prende forma una “visione” della città e si materializza un disegno mirabolante, che fa perno sull’area Ticosa che rinasce e diventa la casa di tutti i comaschi: si parcheggerà comodamente, si sbrigheranno le incombenze burocratiche, ci si immergerà in oasi di verde, cultura e creatività, un lungo viale ombreggiato ci porterà serenamente fino al lago, dove ci  mischieremo con il jet set internazionale, alloggiato tra l’Hilton e Palazzo Cernezzi,  e le stelle del football che si allenano nel nuovo Sinigaglia.

Avvolti dal sogno, sedotti dall’utopia, proviamo a rimettere i piedi per terra, e i piedi ci dicono che dietro a questi movimenti ci sono gli ingredienti di sempre.

Anzitutto, come emerge dalle cronache degli ultimi giorni,  fino al 2021, nella migliore delle ipotesi, l’area Ticosa sarà un cantiere di bonifica. Al termine, se saremo sopravvissuti alle terapie della Commissione Europea o agli elettroshock dei sovranisti, si potrà passare ai cantieri di mattone e cemento.

Visto che in molti scalpitano per portarsi avanti, il fiorire di proposte e convegni merita comunque qualche considerazione, non tanto sulla concreta fattibilità – tutta da dimostrare – quanto sulla  visione del mondo che si porta appresso: il provincialismo venduto come “apertura all’europa”, il mattone e la finanza che si sciacquano la bocca con la “sostenibilità”.

Fuori da tutto ciò c’è la città reale, con i portici di San Francesco, con le baby gang di periferia, con lo sparatore anti-islamico, con le scuole senza manutenzione, con i cimiteri – discarica.

Appunto. Mentre gli urbanisti vagheggiano (vaneggiano?), nelle stanze a fianco si lavora alacremente affinché il deserto sociale avanzi. Fosse solo deserto sociale in senso stretto (l’attenzione agli ultimi) non ci sarebbe da stupirsi vista la stagione politica che viviamo, ma poi si scopre che si inaridisce anche il panorama culturale, che rimangono a secco le piscine, che non procedono progetti già finanziati, che la trasformazione urbana concreta la fanno la Coop, l’Esselunga, l’Iperal e il Gran Mercato, forse persino il Calcio Como 1907, mentre gli attori pubblici non trovano la quadra sul vecchio Sant’Anna e sul San Martino. Anche qui, niente di nuovo.

Poi ci sono gli elementi di contorno, che a volte sono più illuminanti di quelli sotto i riflettori. Prendiamone due, collegati.

Il Nuovo Municipio – Stando a quanto riportano gli organi di informazione, le maggiori perplessità dell’opinione pubblica e dei presunti opinion-leader sarebbero sul trasferimento degli uffici comunali. Strano modo di ragionare, a ben guardare. Una comunità dovrebbe avere a cuore la “casa di tutti”, dovrebbe volerla moderna, funzionale, ecologica. Invece no, il municipio sta bene dov’è.

Sono anni, forse decenni, che la sede attuale è considerata inadatta ed anche in presenza di una consistente riduzione del personale dovuta al blocco delle assunzioni, appare sottodimensionata. Certamente, l’idea di spostarsi in Ticosa non appare una grande alzata d’ingegno. Quando l’aveva pensata l’Archistar Snozzi eravamo nei primi anno 90 ed un gran numero di spazi pubblici, ora parzialmente o totalmente vuoti o in fase dismissione, erano occupati: area ex sant’Anna, San Martino, via Tommaso Grossi, ex Asl di via Italia Libera e via Pessina, Palazzo Natta, caserma De Cristoforis. Oggi si può tranquillamente ipotizzare una ricollocazione degli uffici pubblici, non del solo Municipio, senza ricorrere a nuove edificazioni. basterebbe fare accordi seri tra Amministrazioni, e ci sarebbe posto per tutti. Questo però è chiedere troppo, perché si tratterebbe di fare davvero urbanistica pubblica, mettendo effettivamente in pratica il “consumo di suolo zero” che si scrive nei PGT ma poi non si applica.

Detto questo, però, non è accettabile che lo spazio pubblico debba e possa far gola a tutti tranne che al Comune stesso: lo vuole l’Insubria per allargarsi, come se non fosse abbastanza larga ora che il Politecnico ha liberato spazi; lo vuole Como Next per sbarcare anche in città, come se il resto del territorio fosse di serie B; lo vogliono i “creativi”, come se la creatività debba essere ingabbiata in un recinto e non possa svilupparsi da Ponte Chiasso a Trecallo, o quanto meno tra le mura storiche, ridotte invece a bed & breakfast diffuso; lo vuole CSU per fare parcheggi, come se Val Mulini fosse saturo. Lo spazio di tutti come gallina dalle uova d’oro per qualcuno. E’ in questa logica si colloca l’idea dell’albergo dell’ala moderna di Palazzo Cernezzi, e magari anche in via Pessina. Manca solo la Costa Concordia al molo di Sant’Agostino (il Mose è già a metà dell’opera)

E qui si arriva, dritti, dritti, al secondo elemento, che riguarda il luogo scelto per la presentazione dello studio urbanistico.

ticosa-1-2Perché il Comune (ente pubblico), proprietario di un’area (pubblica), dopo aver messo al lavoro i suoi dirigenti e funzionari (pubblici) per elaborare uno studio, decide di andare a presentarlo nella sede (privata) degli imprenditori edili (privati)?

La domanda può apparire capziosa, invece è di sostanza. Dietro c’è ancora una volta la convinzione che il destino delle aree urbane non potrà che essere piegato a logiche privatistiche. Convinzione solida e motivata, visto che viviamo in un paese ed in una regione dove il governo del territorio non esiste più da tempo (se mai è esistito) e l’urbanistica è diventata terreno di conquista per grandi speculatori immobiliari.

Si va dal privato perché sarà il privato a dettare le regole, i tempi, i costi. Infatti, dopo la presentazione è iniziato il profluvio di dichiarazioni, sempre uguali a se stesse, delle diverse corporazioni che ambiscono ad un ruolo, ad un progetto, ad uno scampolo d’area, ad una fettina di torta.

E torniamo da dove siamo partiti: il Municipio nuovo “non è una priorità”, ogni altra idea più o meno realistica viene messa davanti, salvo scoprire, grazie ad un sondaggio scappato di mano a Fondazione Volta, che se interroghi le persone in carne ed ossa, l’84,9% ti risponde che vuole “spazi verdi”. Irresponsabili sognatori.

Sarà forse per questo che l’Assessore Butti e il suo staff, dopo lo studio, si predispongono ad avviare l’iter amministrativo classico, rivolto ai portatori di interesse, stretto dentro regole formali, quando al contrario si potrebbe aprire una pagina di vera partecipazione, un “debat public” che farebbe gran bene a questa città.

Certe cose però si fanno in Francia, dove ci sono una tradizione amministrativa e un’etica pubblica ben diverse.  Loro il debat public lo fanno persino per cercare risposte alle rivendicazioni dei gilet gialli.  Ma, come si diceva in apertura, noi siamo più avanti: dai francesi copiamo il boulevard, mica la buona amministrazione. [Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

 

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