Terzo settore sotto attacco: discutiamone laicamente

terzosettC’è una riforma incompiuta, c’è un ruolo sociale e politico da ridefinire. Il terzo settore si preoccupa, si interroga, in qualche caso si mobilita. Avviene a livello locale e a livello nazionale, avviene nel mondo cattolico e, in misura minore, nel mondo laico. Spunti di discussione e riflessione a partire da approcci diversi.

Partiamo dal locale: la recente assemblea straordinaria del CSV Insubria è stata l’occasione, dopo l’approvazione all’unanimità del consuntivo 2018, per un “brain storming” tra i presenti in merito alle grandi difficoltà che il terzo settore sta incontrando in questa fase, sia per l’incertezza sull’entrata a regime della riforma sia per la sensazione, sempre più forte, di essere “sotto attacco” o, nella migliore delle ipotesi, vittime di un disinteresse colpevole da parte della politica.

Saggiamente il CSV ha deciso di affiancare alla classica attività di consulenza tecnico-amministrativa,  momenti di riflessione pubblica. Infatti, proprio le difficoltà applicative del nuovo scenario richiedono al volontariato una riflessione su se stesso e sui cambiamenti necessari, non perché imposti dalla legge, ma perché indispensabili volontariato_10mag_con-00000002_page-0001-e1557559768919per affrontare le sfide del nostro tempo. Si è partiti con l’incontro di venerdì 17 maggio, sicuramente interessante per le tre testimonianze dei volontari e per il contributo della presidente regionale del Forum del terzo settore Valeria Negrini, ma deludente  quando la parola è passata alle istituzioni presenti, Regione e Camera di Commercio (Comune Provincia assenti, e anche questo è dato su cui riflettere). Se si va oltre parole, che nei convegni sono sempre misurate, rimane una grande distanza tra il dire e il fare delle istituzioni. Per Alessandro Fermi, ad esempio, il modello sussidiario lombardo “è un’eccellenza che va difesa” e scompare ogni accenno di autocritica sui suoi limiti e sulle sue evidenti degenerazioni.

C’è da augurarsi che seguano altre iniziative e, perché no, mobilitazioni. E’ pur vero che il terzo settore è un ambito molto articolato e frammentato, con alcune delle sue componenti che non hanno una cultura rivendicativa, però in questa fase una mobilitazione appare necessaria, come hanno dimostrato anche le documentate inchieste – denuncia apparse di recente sul quotidiano Avvenire.

Siamo quindi arrivati alla dimensione nazionale. Si deve ammettere che solo la stampa cattolica presta la dovuta attenzione a questo tema. Ovviamente lo fa a partire da un proprio punto di vista, in buona parte condivisibile, ma anche con qualche vistosa contraddizione. Per esempio, dopo aver dato spazio alla lucida  intervista del Prof. Stefano Zamagni , il giornale ha dato voce a Acli e Caritas , e la lettura combinata delle posizioni mette ben in luce un’impostazione molto favorevole alla “sussidiarietà”.

Un concetto assai scivoloso, per chi ha una visione laica. La sua introduzione in Costituzione ha rappresentato un passo indietro rispetto allo spirito universalistico originario della Carta e – alla prova dei fatti – non ha favorito il terzo settore, ma al contrario l’ha stretto in una tenaglia che tiene insieme enti caritatevoli, cooperative vere e false, fondazioni bancarie e veri e propri affaristi, in una melassa che non mette in discussione il liberismo dominante ed anzi a volte ne assume presupposti teorici e comportamenti concreti. In una visione laica, difendere la solidarietà non locandausersignifica difendere la sussidiarietà. Quindi, non si tratta di sminuire l’importanza della denuncia, ma al contrario di affiancarla con la voce dei laici. La conferenza di organizzazione di Auser, svoltasi nei giorni 12 e 13 maggio a Roma, ha cercato di farlo, in particolare nella tavola rotonda conclusiva

Altrettanto interessante la posizione di Francesca Chiavacci di Arci

Pur se con toni diversi, la tendenza prevalente nei gruppi dirigenti delle organizzazioni laiche resta però quella di difendere la cosiddetta “riforma” varata con fatica dal tandem Renzi – Gentiloni. Alla base, come si accennava in premessa, la musica è diversa. Certamente la riforma non è tutta da buttare ma nel suo complesso è insufficiente, incompleta, per nulla semplificante e soprattutto non mette in discussione alla radice l’impostazione sussidiaria.

Per argomentare la tesi, serve a questo punto andare per gradi, e si deve partire dalla Costituzione, ancora una volta, anch’essa “sotto attacco”.

Quello che Gianfranco Viesti ha definito “secessione dei ricchi” è il più eclatante di questi attacchi, ma non è l’unico. Con il regionalismo differenziato ci si sta indirizzando verso un Paese dove scompare l’universalità e l’esigibilità dei diritti per tutti i cittadini. Viene confermata e amplificata la logica dei “livelli minimi” (cioè infimi), oltre i quali vige la logica di mercato, e chi ha più risorse individuali, o vive in zone con più risorse collettive, accede a livelli superiori. Questa logica, appunto è già ben presente perché è stata inserita nella riforma del Titolo V insieme – e non è un caso – al principio di sussidiarietà.

Principio che non è più messo in discussione dalle correnti politiche maggioritarie: sovranisti/populisti, liberisti più o meno moderati, socialdemocratici più o meno sbiaditi. Su una questione di grande sostanza, vige insomma il pensiero unico.

Si può ben capire l’accordo tra destra sovranista e destra liberista, siamo pur sempre in famiglia e sulle cose che contano veramente i due schieramenti non si fanno mai del male, preferiscono far male alla povera gente. Si capisce meno l’involuzione del pensiero socialdemocratico, ma tant’è.

Da dove nasce tutto questo fervore sussidiario? Senza scomodare i sacri testi, andiamo su  Wikipedia, che ci riporta prima alla Rerum Novarum di Leone XII e poi alla Quadragesimo Anno di Pio IX: “la Chiesa romana si esprime nuovamente su questo tema, sviluppando la linea anti- statalista”. Più chiaro di così non si potrebbe. Nulla di più lontano dallo spirito costituente che, lungi dall’essere ottusamente statalista, è però fortemente orientato a favore del pubblico. Il Costituente pensava ad autonomie locali vere e ad una democrazia effettivamente partecipativa. Ci ritroviamo con autonomie moribonde e democrazia autoritaria. La sussidiarietà verticale (individuare il livello di governo più prossimo al cittadino) è in crisi, quella orizzontale ( favorire smodatamente l’iniziativa del privato, profit o no profit) è in gran spolvero, con la Lombardia che primeggia.

E’ in questa contesto che si colloca una riforma del terzo settore che “aziendalizza” il volontariato, chiudendolo in un pesante sistema di regole, in parte condizionato dai fenomeni di malcostume purtroppo frequenti, che sortisce l’effetto di strangolare le piccole associazioni e non frena le degenerazioni del mercato dei servizi. Una parziale limitazione del danno è presente agli articolo 55 e 56 del Codice, che rilanciano co-progettazione e co-programmazione, cioè un livello realmente paritario rispetto al “pubblico”

Enzo Costa presidente nazionale Auser http://www1.auser.it/primo-piano/auser-una-grande-rete-che-guarda-al-futuro-avviata-la-conferenza-nazionale-di-organizzazione/, coglie la contraddizione però non affonda nella critica. Tuttavia, individua bene il punto di maggior criticità: il boicottaggio aperto degli articoli 55/56 (che non arriva solo dalla politica ma anche da burocrazie refrattarie, tra le quali non mancano l’autorità anticorruzione e diverse sezioni di Tar e Corte dei Conti – n.d.r.). Ma, se così stanno le cose, perché ostinarsi a definire “opportunità” una riforma – a dir poco – zoppa? Perché non dire chiaro che serviva ben altro? Perché non far pesare di più la forza organizzata del terzo settore?

I contributi offerti dalla tavola rotonda, sia da parte del bravo moderatore che da parte di Landini, Pedretti e Costa, sono molto importanti.

Il passaggio è difficile ed impegnativo, va ben al di la della vocazione all’impegno volontario ma si colloca nel dibattito politico generale. Ci parla di visione del mondo, di ruolo del pubblico, di nuovi e vecchi lavori. Se si va a fondo di queste questioni, solo all’apparenza “ideologiche”, si comprendono le ragioni dell’approccio laico.

La questione non è richiamarsi ad antiche forme di sussidierietà o mutualismo per rispolverarle in salsa liberista. La questione è agire oggi per un terzo settore forte, radicato nei territori impegnato per valorizzare i beni comuni e per dare un plus di qualità alla programmazione pubblica.

Questo non lo si fa – come dice anche Zamagni – con le “riforme” ma soprattutto con l’azione dal basso, all’interno di reti sociali dove si coopera tra diversi, con regole condivise e governate principalmente dalle comunità locali: esperienze di “città collaborative” dove si applicano ampiamente i gli articoli 55 e 56, dove si costruiscono bilanci partecipativi. Se poi a qualche nostalgico piace chiamarla sussidiarietà, ci si può anche adattare a questa terminologia retrò.

Quello a cui non ci si può adattare è l’introduzione della logica aziendale anche in quei campi dell’agire collettivo che non dovrebbero avere nulla a che vedere con il mercato. Da questo punto di vista, l’aver accettato che il registro unico nazionale si a gestito dal sistema delle camere di Commercio è una ciliegina sulla torta, o meglio  un pugno in un occhio.  [Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

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