Il doposcuola dei ricchi

IMG-20190402-WA0003Per la Giunta di Como tutte le scuse sono buone per tagliare i servizi educativi. L’ultima trovata è una proposta, da sottoporre al Consiglio Comunale, per restringere i criteri di accesso al prescuola e al doposcuola, limitandone la fruizione solo ai bambini che hanno entrambi i genitori che lavorano.

Il testo della delibera è un capolavoro di burocrazia senz’anima. Si citano pronunciamenti giurisprudenziali a senso unico, quando ne esistono anche di orientamento opposto,  e si ripropone il mantra della carenza di personale. Come sempre, mancano la visione politica e la sensibilità sociale.

Visione politica: piaccia o non piaccia, le varie riforme (parola grossa 1…) della scuola, hanno sempre mantenuto in capo ai Comuni un ruolo importante per il rapporto tra Istituzione scolastica e comunità cittadina.

La “Buona scuola” (parola grossa 2…) di Renzi su questo aspetto favoriva addirittura l’esperienza delle “scuole aperte” che a Como è stata attivata in diversi istituti, anche grazie al progetto “Non uno di meno” di Fondazione Comasca, contro la dispersione scolastica.

La Moratti, invece, aveva affidato ai Comuni il compito di definire il perimetro geografico degli Istituti Comprensivi, sulla base – appunto – delle esigenze del territorio. A quel tempo a Como governava la destra, l’Assessore alla Pubblica Istruzione di allora è ancor oggi importante colonna della maggioranza, e dovrebbe ben ricordare che l’inerzia dell’Amministrazione Bruni sul tema provocò un’anarchia degli orari dei diversi Istituti, che fu alla base dell’esigenza di prevedere i servizi di prescuola e doposcuola nella forma attuale, per garantire un tempo-scuola adeguato anche laddove gli istituti non vi provvedevano direttamente.

Ora il burocrate di turno arriva, citando sentenze e cavilli, a sottolineare la non obbligatorietà di un servizio comunale: scoperta dell’acqua calda. Quello che si sarebbe dovuto fare, e non è stato fatto, era un’azione di coordinamento efficace nei confronti delle autorità scolastiche. Comunque, il fatto che i servizi non siano previsti dal legislatore non significa che al Comune sia vietato di erogarli, qualora ricorrano motivi di pubblico interesse.

Tra l’altro, sempre la Moratti (ma anche Berlinguer…) ha introdotto la libertà di scelta della scuola alla quale iscrivere i figli, che non significa semplicemente libertà di scegliere tra pubblico e privato, ma anche libertà di scegliere la scuola che offre un servizio più completo sia qualitativamente che quantitativamente. Pertanto i genitori che non sono in condizioni di tenere a casa i figli possono scegliere di iscriverli in una scuola – anche distante dall’abitazione – che offra tempi pieni, prolungati e/o servizi integrativi comunali. Contrariamente a quanto sostiene la nuova delibera, l’accesso quindi è garantito a tutti, ovviamente in astratto, nel concreto verrà garantito a coloro che rientrano nei criteri.

Per quanto riguarda poi il poco personale addetto, si tratta di una scelta. Se si considera prioritario offrire il servizio, si recluta nuovo personale, come si fa – ad esempio – per i Vigili. Oppure, se ciò non fosse possibile, si ricorre ad un appalto esterno, come in parte già avviene.

Sensibilità sociale: il testo della delibera lascia intendere che il Comune sopporta costi troppo elevati in relazione al ridotto numero di bambini. E’ una logica da contabile che non tiene conto della rilevanza sociale del servizio, che riassume in se almeno tre componenti di pari importanza: il diritto allo studio” degli alunni; la conciliazione di tempi di vita e tempi di lavoro per i genitori; l’aspetto “sociale”, importante sia per quelle situazioni nelle quali la famiglia non è in grado di offrire un adeguato apporto formativo ai minori (che non sono solo i casi “patologici” segnalati dai servizi sociali), sia per i sempre più diffusi casi di lavoro irregolare e precario . E’ per questo che a suo tempo si pensò di garantirlo anche a nuclei familiari con indicatore ISEE pari o vicino allo zero, ed è grave che non lo si comprenda, discriminando a favore dei più abbienti. Insomma, oltre al danno, la beffa: se sei disoccupata/o o precaria/o, i pargoli te li curi da sola/o.

doposcuolaSi sta a cavillare se si tratti di servizio a domanda individuale o meno, e si dimentica che in questo Paese l’istruzione è obbligatoria, e prescuola e doposcuola comunale sono funzionali alle esigenze di quelle famiglie che non trovano adeguata risposta negli standards proposti dallo Stato e non hanno adeguate risorse per permettersi la scuola privata.

Tutto ciò è un altro episodio dell’accanimento terapeutico contro le giovani generazioni: centri di aggregazione chiusi; centri estivi per l’infanzia solo in due scuole, naturalmente entrambe del centro città;  progetti educativi come Gemini e Intrecci di popoli boicottati apertamente; mediazione linguistico-culturale e consulenza psicologica nelle scuole sempre più ridotte a fronte di bisogni crescenti. Ora si aggiunge il doposcuola solo chi ha doppio stipendio.

Ieri, dal palco di Piazza verdi, presentando il suo capitano, l’onorevole vice Sindaco ha detto “qualcuno dice che la città è ferma ma vi assicuro che non è così”. Ha ragione. La città arretra, ed anche parecchio. [Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

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