Competiscion

CCIAAPresentato giovedì 14 febbraio a Lariofiere il “piano per la competitività e lo sviluppo dell’area lariana“, una proposta di linee strategiche per la nuova Camera di Commercio di Como e Lecco, frutto dell’analisi svolta con la Fondazione Alessandro Volta, il Consorzio Aaster e il gruppo Clas-Pts. 

C’è la globalizzazione e non ho niente da mettermi.

L’ampio documento (73 pagine) focalizza alcuni macro temi: economia leggera tra cultura, turismo sport e food; competitività delle imprese;  conoscenza, tecnologie, formazione e sapere;  reti e infrastrutture materiali e immateriali; welfare e coesione sociale (per la verità, di quest’ultimo si è sentito solo un vago e generico eco).

Dopo i saluti introduttivi, tre relazioni di circa 15 minuti hanno provato ad esplicitare scenari e proposte.

Dapprima Luca Levrini, presidente di Fondazione Volta, ha svolto il tema “capitale umano”. Forse perché spinto dal desiderio di passare dalla teoria alla pratica (cit.), sulla teoria Levrini ha inanellato una serie di luoghi comuni che hanno dato il polso delle sue buone letture, ma non hanno certo aperto orizzonti inesplorati. Quella che manca, alle elites locali, è la consapevolezza che fuori dalle loro stanze c’è gente che parla un altro linguaggio e vive un’altra realtà. Si finisce così per parlarsi addosso: chi c’era, non aveva bisogno di arrivare ad Erba per imparare che l’industria deve avere un ruolo economico ma anche sociale; che il 75% della popolazione è concentrato nel 2% di suolo; che la natura si sta ribellando agli squilibri ecologici provocati dagli umani; che oltre al pil esiste anche il bes; che istruzione ed educazione sono due concetti diversi: che, in fin dei conti, nonostante la crisi l’Italia occupa sempre una posizione invidiabile nelle classifica del benessere globale. Abbiamo appreso che il capitale umano è misurabile e che – con la media del pollo – ogni italiano vale 340 mila euro.  Aspettando l’exploit di concretezza finale, si è rimasti con un pugno di mosche in mano, salvo un immaginifico slogan: “andare verso il lariano”. Il lettore non si spaventi. Lariano, senza apostrofo. Non l’ariano. (Scusate l’irriverenza n.d.r.)

Un contributo di maggiore sostanza è venuto da Simone Bertolino, ricercatore del consorzio Aaster, che ha declinato in modo efficace la crisi dello “spazio locale”, ambito territoriale ristretto che deve confrontarsi sempre più con i flussi spazio-temporali e con le logiche di rete. In questo scenario dove l’immateriale ha spesso la meglio sullo spazio fisico, si sviluppano i processi di disintermediazione. Quali e quanti danni possa creare la scomparsa dei corpi intermedi è sotto gli occhi di tutti. Si tratta quindi di ricercare (e, si spera, trovare) nuove idee e nuove modalità di rappresentanza. Meno territorio, appunto, più reti e funzioni. Questa è la tendenza, l’orizzonte temporale è il 2030.
Le istituzioni – nell’occasione la nuova CCIAA, ma in generale tutte le Istituzioni territoriali – dovrebbero porsi alla testa di questa ricerca e perseguirla attraverso l’innovazione. Le connessioni (mobilità, logistica, sistema del credito, reti di servizi pubblici locali) diventano strumenti di governo. “Mettersi in mezzo” tra flussi e luoghi è la sfida del sistema delle rappresentanze.
Il sistema produttivo di Como e Lecco, con un export pari al 40% del PIL, è pienamente dentro questa dinamica. Alla Camera di commercio, e alle altre autonomie funzionali (università, scuole) è richiesto di andare oltre l’idea giuridica:  si tratta di produrre beni collettivi per competere  e per fare società.
Insomma, una Camera di Commercio che sta al centro della rete di alleanze e cooperazione, un motore progettuale che faccia convergere l’intelligenza collettiva, per ridefinire la cornice dello sviluppo territoriale. Un grande bacino di saperi e competenze da mettere in rete/network.  Per fare tutto questo, la relazione con l’esterno è fondamentale a cominciare dal rapporto con l’area metropolitana di Milano. E’ tramontato, quindi il “distretto produttivo”, inteso come spazio chiuso ed autoreferenziale anche sul piano antropologico. Si è passati alle piattaforme produttive locali, è richiesto un forte governo delle reti regionali in un contesto di città diffusa.

Il prof. Lanfranco Senn di Clas si è collegato a questa analisi per ricordare che il  posizionamento internazionale non è un “accessorio” ma una questione  di sopravvivenza e di sviluppo: nessuno sopravvive giocando la sua partita, servono relazioni fuori dai confini.  Anche per Senn la dimensione amministrativa/territoriale è superata: torna la sottolineatura della vocazione all’export: l’area Como/Lecco ha una performance superiore a Milano ed alla Brianza, così come il turismo è per il 72% straniero, e persino il dato sulle cittadinanze acquisite evidenzia un territorio molto attrattivo. E’ in deficit, invece, l’aspetto infrastrutturale, del quale è necessario si facciano carico anche i livelli di governo superiori. Siano, insomma, in una dimensione glocale. Vanno virtuosamente combinate l’apertura internazionale e la  difesa dell’identità. Servono cura e  manutenzione per valorizzare le eccellenze in una visione di filiera, ma serve soprattutto una visione condivisa dello sviluppo: vince la squadra. Ed ecco a voi il nuovo neologismo: Coopetizione, si è competitivi se si collabora.

I due interventi hanno quindi offerto molto materiale su cui riflettere, ma resta ancora la già richamata sensazione del “parlarsi addosso” mentre fuori crescono disagio ed estraneità a questi approcci, e si sviluppa una sottocultura sovranista fatta di chiusure, rancori e insicurezze. Per questo, l’invito ad uscire dall’idea di confini risulterebbe più sincero e praticabile, se fosse accompagnato da analogo invito per tutti gli aspetti del vivere civile, non solo per la competizione economica. Invece su questo versante è meglio stare prudenti, chissà mai che la competizione internazionale sia troppo pesante, in tal caso una piccola patria, dove si abbassano i diritti per stare sul mercato, può sempre tornare utile. Questo però non è imputabile ai professori e ai ricercatori.

A loro però si può rivolgere un’altra critica: ancora una volta abbiamo ascoltato lo scontato sermone sulla presunta differenza tra crescita e sviluppo. Penitenza dovuta, in un ambito nel quale già parlare di sostenibilità è difficile, mentre il termine decrescita è aborrito, anche se i venti di recessione dovrebbero far riflettere.  Comunque sia, le sottili distinzioni lessicali e gli equilibrismi verbali non intaccano la sacralità del pil. Tutto rientra in una logica di produttività, anche quei beni collettivi che per loro natura dovrebbero essere sottratti al mercato. .  [Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

Leggi il piano per la competitività

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