“Contatto”: un progetto sulla giustizia riparativa

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Mercoledì 22 febbraio Il Consiglio dei Ministri ha avviato l’iter di un decreto attuativo della riforma penitenziaria che riguarda la giustizia riparativa. In provincia di Como, su questo tema, si lavora già da tempo con un progetto finanziato da Fondazione Cariplo che coinvolge diversi ambiti territoriali, tra i quali  il quartiere di Rebbio. 

C’è anche un aspetto positivo, nella pessima decisione del governo di rinviare al dopo elezioni il decreto attuativo più importante della riforma penitenziaria, quello sulle misure alternative (qui un commento di Patrizio Gonnella) : si tratta del via libera al decreto sulla giustizia riparativa e sulla mediazione tra il reo e la vittima.

Viene introdotto per la prima volta nel nostro sistema “un modello di intervento che mette al centro la vittima di reato, promuovendo percorsi di riparazione del reo nei confronti di chi ha subito il reato”.

I servizi di giustizia riparativa sono promossi tramite convenzioni e protocolli tra il Ministero della giustizia, gli Enti territoriali o le Regioni.

Su questo terreno, a Como si è avviata un’esperienza molto interessante grazie al progetto “Contatto – trame riparative della comunità”, finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del bando Welfare in azione. Vi collaborano 13 soggetti, pubblici e privati. Il capofila è il Comune di Como – un lascito dell’ex Assessore ai Servizi Sociali Bruno Magatti – i partners sono i Centro servizi volontariato di Como e di Lecco, le Università dell’Insubria (aspetti giuridici) e di Bergamo (aspetti sociali); le Onlus Comunità il Gabbiano, Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, Cooperativa Questa generazione; le Associazioni ARS e ForMattArt; il consultorio Icaro; il consorzio Concerto; l’Azienda Sociale Comuni Insieme di Lomazzo.

Il lavoro è molto ampio e si sviluppa su due ambiti territoriali: il Lomazzese e Como- Rebbio, con il coinvolgimento delle comunità scolastiche di Lomazzo, Mozzate, Fino Mornasco e Rebbio. L’intervento territoriale è affiancato da un’intensa attività formativa per tutti gli operatori del progetto coordinata dalle due Università.

Contatto agisce nei contesti di vita delle  persone per rendere possibile la gestione dei conflitti attraverso l’ascolto e il dialogo. Si propone di mantenere viva la cultura della mediazione, dell’incontro, del riconoscimento dei legami. Nei  contesti in cui opera, si propone di attivare e favorire l’attenzione a ricucire i legami sociali, il contenimento dei rischi del conflitto, a favore di una comunità più accogliente e sicura. E’ attivo da marzo 2017, terminerà a marzo 2020.

Il primo step di lavoro nel contesto di Rebbio ha coinvolto, con interviste, le associazioni  culturali, ricreative e sportive del quartiere, gli oratori di Rebbio e Prestino, il centro di aggregazione giovanile Oasi e singole persone che operano nel quartiere e nei percorsi di cittadinanza attiva. Tutti soggetti che investono il loro tempo, impegno, pensiero per abitare, rendere vivo, costruire il quartiere, vivono e sperimentano la complessità e le difficoltà con uno sguardo costruttivo, «si fanno carico»

fratturaNei giorni scorsi lo staff di progetto ha fatto il punto su quanto emerso dalle interviste, riunendo tutti i protagonisti per una riflessione collettiva presso la sede dei Soci Coop di Via Lissi. Non è semplice farne una sintesi in poche righe. La parola chiave sembra essere “frattura”: una frattura storica, quasi culturale, tra livelli di reddito, provenienze, generazioni.

Un terreno ideale, quindi, per provare a costruire la gestione dei conflitti attraverso l’ascolto e il dialogo, mettendo in campo la cultura della mediazione, dell’incontro, del riconoscimento dei legami. Questo sarà lo spazio dell’area sociale del progetto, affiancata da un’area giuridica in grado di interagire con il sistema pubblico per promuovere gli strumenti della giustizia riparativa, delle responsabilità condivise, di una esecuzione penale attenta alla ricostruzione dei legami, al fine di maggiore  sicurezza sociale. Non mancherà poi un’area vittime, rivolta sia alle singole persone offese, sia alle comunità ferite, anche in questo caso utilizzando gli strumenti della mediazione, provando a rendere le vittime protagoniste del progetto di giustizia.

Anche grazie a questo importante progetto, il quartiere di Rebbio si conferma un laboratorio sociale molto interessante,  capace di riflettere su se stesso, di farsi carico dei problemi e di proporre soluzioni sostenibili. Gli esperti la chiamano resilienza. Più semplicemente, la chiameremo comunità aperta.

Certamente, non ci si aspetta un consenso unanime ed una partecipazione convinta da parte di tutti. Sarebbe come infilare la testa sotto la sabbia e nascondere la profondità delle fratture. Ma solo grazie a questi processi molecolari si possono costruire le risposte ai problemi della comunità. [M.P.]

 

 

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